Ernesto Orrico e l’umanità dolente di Joe Zangara In Scena! a NY

La mia idea. Memoria di Joe Zangara, storia senza happy ending di un emigrato italiano in scena il 4 e 7 maggio


di Valeria Di Giuliano

Ernesto Orrico torna al Festival In Scena! con La mia idea. Memoria di Joe Zangara, spettacolo ispirato a Giuseppe Zangara e al tentato omicidio del presidente F.D. Roosevelt. Orrico ci racconta la storia travagliata di un outsider e del suo sogno americano non realizzato

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Mendicino, fulmineo e sinestetico “La mia idea. Memoria di Joe Zangara” di Ernesto Orrico


di Rita Pellicori

Avete presente quando una storia vi entra dentro e non vuole più uscire? Succede di rimuginare, cercare alternative, soluzioni plausibili e meno dolorose. Questo è quello che si sente dopo aver assistito a “La mia idea. Memoria di Joe Zangara”, lo spettacolo di e con Ernesto Orrico andato in scena ieri sera presso il teatro comunale di Mendicino.

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5th Edition of IN SCENA! Italian Theater Festival to Kick Off May 1st


di BWW

Kairos Italy Theater (KIT), the preeminent Italian theater company in New York, will present the 5th annual IN SCENA! ITALIAN THEATER FESTIVAL NY. This 15-day festival will offer 7 fully-staged productions from Italy, special events, readings, among other events and activities. All are presented in Italian and English or with English supertitles, curated by Kairos Italy Theater. Performances run May 1-15, 2017; a complete calendar of performance dates and venues is attached.

 

«Me ne vado in America»

Ernesto Orrico, attore e regista cosentino stasera al teatro dell'Acquario con "The Cult of Fluxus" in scena insieme a Massimo Garritano


di Ilaria Nocito

In giro per gli Usa e la Svizzera porta i suoi spettacoli anche all'estero. Non smette mai di studiare, sperimentare e pensa già ad un nuovo lavoro, "La L'America"

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I Giardini delle Esperidi, Calabria orgoglio italiano

di Gianfranco Angelucci

Chissà se il Giardino delle Esperidi collocato dalla mitologia all’estremo lembo dell’Occidente, nella regione in cui tramonta il Sole, si nascondeva proprio tra le case di Zagarise, in Calabria, dove già da due stagioni prospera in suo nome un palpitante festival di  cultura.

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Giuseppe Zangara, l’emigrato che voleva uccidere Roosevelt

Conversazione con l'attore, autore e regista Ernesto Orrico e il musicista Massimo Garritano sull'opera "La mia idea"


di Laura Caparrotti

l nuovo spettacolo "La mia idea" presentato in Calabria alla rassegna teatrale Tropea d'aMare svela la storia di Giuseppe Zangara, l'emigrato calabrese che nel 1933 fu condannato a morte con l'accusa di aver tentato di assassinare il presidente Franklin Delano Roosevelt. Abbiamo intervistato gli autori.

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Face fest, Orrico e Garritano raccontano la storia di Joè Zangara, il calabrese che tentò di uccidere il presidente Roosvelt

di Gabriella Lax

“Ho sempre sofferto per lo stomaco e per i capitalisti in vita mia”. Dolore fisico che si mescola ad una sorta di ossessivo desiderio di giustizia. La vita di Joè Zangara, immigrato in America dalla Calabria, è l’ultimo lavoro dell’attore cosentino Ernesto Orrico, in scena ieri sera nel parco di Ecolandia al “Face festival” a Reggio Calabria, con “La mia idea. Memoria di Joe Zangara”, e le musiche originali eseguite dal vivo da Massimo Garritano.

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I "ragazzi" di Zahir soffiano su dieci candeline

di Franca Ferrami

Come si raccontano dieci anni di progetti, laboratori, eventi e sperimentazioni? Mettendo in essere altri progetti ed eventi.

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Calabria, il teatro è abbandonato a se stesso: ma c'è chi resiste

di Tommaso Chimenti

La Calabria soffre più di altre regioni del Meridione di “malattie” come abbandono, lontananza, disaffezione, negligenza, disinteresse.

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Briganti o eroi popolari? Va in scena “Jennu brigannu”

di Gabriella Lax

I briganti, fuorilegge o eroi popolari? Punti di vista, storie di banditi famosi nella Calabria di fine Ottocento e degli anni successivi, e vicende di uomini comuni, imbastarditi dalla miseria, costretti a delinquere.

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I 10 anni di “Jennu brigannu”: la forza di un testo e di una messa in scena

di Paola Abenavoli

Dalla storia all’oggi: un percorso che ogni opera d’arte dovrebbe compiere – o aiutare a compiere – per guardare il presente nel tentativo di comprenderlo.

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Musicoterapia Benenzon spiega il suo modello

Si è appena concluso il secondo livello formativo di Mtd, Musicoterapia didattica, con i due incontri intensivi tenutisi presso il Tau, Teatro Auditorium Unical, e condotti dall'illustre professore Rolando Omar Benenzon, musicista medico e psichiatra argentino tra le massime autorità nel campo della musicoterapia.

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Musicoterapia didattica. Al via iniziativa dell'Unical
A maggio l'arrivo del fondatore argentino Benenzon

di Donatella Chiodo

Più di novanta ore di formazione per i futuri tecnici di Musicoterapia didattica. Hanno avuto inizio giovedì scorso presso il Piccolo Teatro dell'Unical il primo ciclo d'incontri previsto dal progetto "Livelli formativi di Musicoterapia didattica", finalizzato alla formazione di tecnici del modello Benenzon.

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Mendicino, fulmineo e sinestetico “La mia idea. Memoria di Joe Zangara” di Ernesto Orrico

di Rita Pellicori
su Ottoetrenta

Avete presente quando una storia vi entra dentro e non vuole più uscire? Succede di rimuginare, cercare alternative, soluzioni plausibili e meno dolorose. Questo è quello che si sente dopo aver assistito a “La mia idea. Memoria di Joe Zangara”, lo spettacolo di e con Ernesto Orrico andato in scena ieri sera presso il teatro comunale di Mendicino. Povertà, curiosità, emigrazione, avversione per un governo capitalista, un dolore fisico pari a spine che macinano lo stomaco e l’anima. L’eterna ricerca di qualcosa colora la vita di Giuseppe Zangara, l’uomo originario di Ferruzzano sbarcato negli Stati Uniti per vivere quel sogno americano come avevano fatto il padre e le migliaia di migranti prima di lui. Giuseppe, divenuto Joe negli Stati Uniti, è figlio della povertà, di un padre-padrone che lo riempie di botte e lo considera né più né meno che un animale da soma; una “capo tosta” che impara a leggere una parola al giorno, un uomo che cerca di cambiare il sistema il 15 febbraio del 1933 quando attenta alla vita del presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt. Vittima e carnefice di uno Stato capitalista che assicura il benessere e l’istruzione solo ai ricchi- come più volte ricorda-, la vita di un uomo che avrebbe potuto cambiare la storia si spegne sulla sedia elettrica il 20 marzo del 1933. Ispirato a “L’uomo che avrebbe voluto uccidere FDR” curato da Blaise Picchi, Ernesto Orrico porta in scena una storia dolente, la vita di un uomo alla ricerca di un riscatto e di un amore che sfuggono inesorabilmente e conducono a un esito tragico. Ernesto è discreto, passionale, fulmineo, tesse una trama sinestetica di una lingua italiana ibridata da intercalari americani facendoci entrare nella vita dei migranti e visitare luoghi a noi sconosciuti. joe zangara2Poi c’è la musica, una musica che non stanca e si intreccia in modo perfetto con la storia grazie alla performance di Massimo Garritano. Una perfetta sinergia tra musica e interpretazione che si è guadagnata a pieno titolo lo scrosciante applauso del pubblico. Si può soffrire per quello che è stato? Forse sì.

 

Face fest, Orrico e Garritano raccontano la storia di Joè Zangara, il calabrese che tentò di uccidere il presidente Roosvelt

di Gabriella Lax
su LAXSTYLE

“Ho sempre sofferto per lo stomaco e per i capitalisti in vita mia”. Dolore fisico che si mescola ad una sorta di ossessivo desiderio di giustizia. La vita di Joè Zangara, immigrato in America dalla Calabria, è l’ultimo lavoro dell’attore cosentino Ernesto Orrico, in scena ieri sera nel parco di Ecolandia al “Face festival” a Reggio Calabria, con “La mia idea. Memoria di Joe Zangara”, e le musiche originali eseguite dal vivo da Massimo Garritano. Una recitazione che si nutre di un linguaggio ibrido, americano, dialetto della provincia reggina, scelto da Orrico senza tante sottigliezze, senza un’indagine specifica ma ciò che legge lo spettatore è la realtà come semplice narrazione dei fatti dall’inizio del secolo fino al 1933. Un memoriale ritrovato alla fine di un libro che racconta la storia vera di Joè, Giuseppe, (“Nato a Ferruzzano, vicino all’Aspromonte, in Italia va”) che perde la madre a soli due anni e cresce con un padre che lo maltratta elo umilia mentre, piuttosto che farlo andare a scuola, lo vuole con sé a lavorare nei campi. E il mal di stomaco che lo accompagnerà nella sua breve vita e tormentata esistenza comincia da quel momento a prendere forma. Un memoriale di cui la fonte non è certa. “Si tratta di un manoscritto ribattuto dagli operatori del carcere in cui Zangara fu rinchiuso prima di essere condannato? Oppure sono dichiarazioni raccolte dal direttore del carcere o uno scritto di Zangara originale?” si interroga l’autore.jo zangara Alla terza recita Orrico porta in scena una narrazione in prima persona, riscrittura e scrittura di pezzi d’invenzione ma che sono coerenti all’originale ed al contesto storico. Da qui i riferimenti all’anarchia e all’anarchismo, al fascismo. Zangara è un uomo semplice, non fa voli pindarici intellettivi, ha imparato a leggere e scrivere da autodidatta, nella vita ha zappato ed ha costruito case. “Un’ossessione contro i potenti, i capitalisti, il governo che non si interessa dei poveri”, coltivata fino all’esasperazione. Il fallimento di una vita occupata a lavorare ed a consumare in fretta i soldi dalle tasche in giro per l’America. Joè ricorda che già in Italia aveva pensato di uccidere il re Vittorio Emanuele (non vi sono in realtà tracce storiche di questo tentativo. L’idea salvifica è fare un attentato contro il presidente degli Stati Uniti Franklyn Delano Roosevelt. Spara Joè ma a morire sarà solo il sindaco di Chicago ed il “premio”per lui sarà la sedia elettrica. Un viaggio variegato dai campi della Calabria, alle industrie di seta di Paterson, fino al caldo torrido di Miami, percorso insieme a bouzuchi e il dobro, strumenti del fedele Garritano. Una sinergia artistica, tra l’attore ed il musicista che, dopo anni, si è concretizzata lo scorso marzo. Un lavoro intenso di dialogo serrato e commento in musica. “Come se ci fosse un altro Zangara – spiega l’autore – che, IMG_7426 copia.jpgattraverso il suono, ripercorre dolore, pensieri e patimenti”. “Una scrittura che rivisita piccoli frammenti di musica americana – aggiunge Garritano (impegnato nella promozione del disco da solista “Present”)– per dare collocazione geografica e temporale. Due strumenti, timbricamente collocabili, uno tipicamente mediterraneo e l’altro tipicamente americano, che sottolineano le due location, Calabria e Stati Uniti”. Ad Ernesto Orrico, ancora una volta, grazie al teatro di narrazione semplice, il merito di avere sollevato la polvere del tempo, di avere ripescato frammenti di storia che portano alla ricostruzione del puzzle di amarezza, difficoltà, sangue e sudore dei calabresi nel mondo. Zangara non realizza il sogno americano e perisce a causa del suo forte disagio esistenziale. Da spettatori ci piace immaginare che, solo allora, forse, il suo terribile mal di pancia abbia smesso di tormentarlo.

 

Calabria, il teatro è abbandonato a se stesso: ma c'è chi resiste

di Tommaso Chimenti
su Il Fatto Quotidiano.it

La Calabria soffre più di altre regioni del Meridione di “malattie” come abbandono, lontananza, disaffezione, negligenza, disinteresse. Le difficoltà, teatralmente parlando, e la situazione dell’arte e della cultura è cartina di tornasole per riuscire a capire meglio quello che accade anche in altri ambiti, sono rilevanti e riflettono lo stato delle cose, la mancanza di opportunità, di una visione a lungo termine, di una progettazione unitaria, di un’idea difuturo in una regione dove i giovani, anche gli attori, se ne vanno.Qualcuno che tenta, che lotta, che resiste c’è. Dal basso piccoli tentativi fanno capolino, continuando comunque a scontrarsi contro muri di gomma. Che il teatro possa essere comunità e territorio, possa rinsaldare valori e cementare la società civile, anche e soprattutto nei piccoli comuni, è cosa nota. Se parli di Calabria vengono in mente il festival quasi ventennale “Primavera dei Teatri” a Castrovillari e del frontman Saverio La Ruina, Peppino Mazzotta, ma identificato dopo l’esperienza del Commissario Montalbano con la Sicilia, i fratelli Cauteruccio, Giancarlo direttore per trent’anni del Teatro Studio di Scandicci, e Fulvio, attore solido del quale ricordiamo il suo “Roccu u stortu”. Un po’ poco. Pubblicità La Calabria rimane “schiacciata” tra le grandi tradizioni napoletana e siciliana, e compressa dal forte rilancio negli ultimi quindici anni della Pugliafelix vendoliana. Soltanto quattro le compagnie finanziate dal Fus: a Cosenza Scena Verticale, 100.000 euro,Rosso Simona, 46.000, e il Teatro dell’Acquario, 92.000, a Reggio Calabria il Ctm con 110.000. Adesso un nuovo bando regionale sta facendo molto discutere e tiene in fibrillazione i teatranti dello Stretto: due milioni di euro divisi in tre categorie, gli eventi storicizzati, il circuito, la cultura del libro. Un bando definito da più parti “protezionista” che impone il 40% degli spettacoli calabresi non rilanciando una crescita ma limitando la visuale al proprio orto. Fino alla scorsa stagione erano nove le residenze, finanziate da 60 a 100.000 euro l’una: Scena Verticale a Castrovillari (gestisce anche il Teatro Morelli a Cosenza), Linea Sottile a Cassano Ionio, Teatro della Ginestra a San Fili, Rosso Simona a Rende, Scenari Visibili di Lamezia (interessante la recente produzione “Patres”), Officine Teatrali a Soverato, Teatro del Carro a Badolato, Compagnia Dracma a Polistena, Scena Nuda a Reggio. Uno dei problemi può essere l’assenza di scuole (unica quella al Morelli di Scena Verticale), drammaturgiche e attoriali, che “spopolano” la Calabria di potenziali talenti che si spostano a Roma o nelle grandi strutture del nord e senza laboratori la fucina delle compagnie, dei teatri, delle attività s’inaridisce. Il teatro invece è bisogno, crea dipendenza, consapevolezza, salvaguardia, cultura, lettura, benessere, civiltà. Senza teatro la qualità della vita peggiora. Negli anni ’90 due esperienze di accademie, Palmi e l’Acquario, o i laboratori tenuti da Eugenio Barba per quasi un decennio a Scilla, hanno formato la generazione di attori oggi attivi sul territorio o che se ne sono andati altrove per lavorare sulla scena, insieme all’apertura del primo distaccamento del Dams a Cosenza, dopo quella fortunata di Bologna. Poi è sceso un velo nel quale alcune illuminate situazioni che lavorano con fatica cercano di squarciare isolamento e marginalità. Pubblicità Oltre alle già citate, è da salutare l’impegno dei “Coltivatori di Musica”,Paola Scialis e Stefano Cuzzocrea (loro la performance Resistenza Gastrofonica Viaggiante facendo tra teatro di strada e gnocchi, che li avvicina idealmente alle Ariette), che all’interno dell’Ex Convento dei Cappuccini di Belmonte e della chiesetta (dove Brunori ha inciso il suo ultimo album) hanno lanciato la prima edizione del “Primo maggio del Lavoro”. Tra i tre finalisti, dopo selezione su progetto, Gruppo della Creta, Tamara Marino e Scenari d’Aprile, hanno ottenuto la possibilità di una settimana di residenza artistica ad ottobre quelli della Creta con il lavoro “Dante. Le cose oltre il sipario della materia” che indaga su numerologia, cabala, magia ed esoterismo che affiora potente tra gli endecasillabi del Sommo nella Commedia. Molto interessante la mise en espace dell’esperto Ernesto Orrico “La mia idea” (al bouzouki e dobro l’intenso chitarrista Massimo Garritano, è appena uscito il suo cd “Present”), ritratto interiore partecipato di Joe Zangara emigrante calabrese che sparò a Roosevelt, condannato alla sedia elettrica. Un racconto vivido tra italiano, calabrese e slang inglese di strada, anticapitalista, dalla parte degli ultimi e degli sfruttati, una lotta di giustizia e uguaglianza con sullo sfondo il conflitto con un padre autoritario e violento e un mal di stomaco che non se ne vuole andare. Il Primo Maggio a Belmonte ha ricordato gli “scioperi a rovescio” di Danilo Dolci, in cui i disoccupati (in ambito teatrale sono molti quelli che lavorano senza essere pagati) si mettevano al lavoro. Una protesta pacifica. E dolce, appunto. Se lavorare stanca, non lavorare ancora di più.

 

Briganti o eroi popolari? Va in scena “Jennu brigannu”

di Gabriella Lax
su Cronache del Garantista, Reggio Calabria

I briganti, fuorilegge o eroi popolari? Punti di vista, storie di banditi famosi nella Calabria di fine Ottocento e degli anni successivi, e vicende di uomini comuni, imbastarditi dalla miseria, costretti a delinquere. Visioni e racconti spinti fino alla più stringente attualità. “Jennu brigannu” (letteralmente: “andando in giro ad attaccare briga”) va in scena a Spazio Teatro sabato sera (con replica ieri pomeriggio). Lo spettacolo scritto dalla reggina Vincenza Costantino e interpretato da Manolo Muio ed Ernesto Orrico (che ne cura la regia) torna, riproposto in una nuova veste, nella città dello Stretto esattamente dopo dieci anni dal debutto, nella prima versione, al teatro Siracusa, originaria produzione del “Teatro della Ginestra”. Due attori sul palco, al posto dei quattro, ma la storia dell'Italia, la storia dei suoi falsi miti, rimane la stessa. Arricchita, tra italiano e dialetto cosentino, da nuovi particolari, ridisegnata dall'attualità. Due personaggi in cerca di risposte, amici al bar, pronti a convergere con le opinioni o a discutere, anche con le mani in faccia, sempre davanti ad un bicchiere di vino. Profetizzando “Rivoluzioni” che innestano le radici in quelle storiche precedenti, ma che si perdono in chiacchiere da bancone, facendo salti nella storia recente del Meridione. Ilare, a metà tra narrazione, fatti storici e dicerie popolari si snocciola il racconto della Costantino. Fotografia della Calabria, terra d'emigrati e di briganti. Dialoghi incalzanti, nelle vesti divertenti e divertite, che lasciano nell'anima un grande punto interrogativo, sulla natura del ritardo atavico del Sud d'Italia.
L'autrice omaggia la scoperta della cultura calabrese con riferimento a Vincenzo Padula (menzionato in scena) per le due lunghe citazioni di “tradimento e prigione” e l'attualissimo “Strade, autostrade, ponti e infrastrutture”, tratte dalle pagine di “Bruzio”. E poi la storia della brigantessa Marianna Oliverio, omicida che lascia tutto per seguire sulle montagne il marito Pietro, originarie dell'autore Nicola Misasi nelle descrizioni di boschi e paesaggi, così come le voci “contro” il brigante Giuseppe Musolino tratte da “Il gran bosco d'Italia” e “In magna Sila”. Tra le fonti storiche, il riferimento a Garibaldi è tratto da un'interpellanza parlamentare di angelo Manna del 4 marzo 1991. “Un teatro di repertorio – precisa a fine spettacolo, nel dialogo col pubblico, Orrico – un teatro che ci fa divertire ancora,per questo lo riproponiamo”. E' Aldo Valenti il fotografo protagonista de “Linee d'entrata”, una serie di esposizioni fotografiche in concomitanza con le date della stagione teatrale, presentate all'ingresso della sala Spazio Teatro. Valenti con le immagini di “Richiami di memoria” ed il suo studio su “Le serve”, uno spettacolo che Spazio Teatro ha ospitato sette anni fa, nel marzo del 2009 la Compagnia del Teatro Argomm di Milano guidata da Francesco Mazza giunge a SpazioTeatro ospite della rassegna “Zattere”.

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I 10 anni di “Jennu brigannu”: la forza di un testo e di una messa in scena

di Paola Abenavoli
su Cultural life

Dalla storia all’oggi: un percorso che ogni opera d’arte dovrebbe compiere – o aiutare a compiere – per guardare il presente nel tentativo di comprenderlo.
Dalla storia – e i racconti – del brigantaggio, dalla storia della Calabria di ieri, a quella di oggi. Da un’emigrazione fondata sulla fuga per paura o per miseria, a quella di oggi, fondata forse sulla speranza, sulla voglia di emergere: ma, alla fine, per tutti, quella terra sembra lontana, e quelle case, per la cui costruzione si è lavorato e combattuto, sembrano solo sfondi di bellissimi e tormentati luoghi.
“Jennu brigannu”, a dieci anni esatti dalla prima rappresentazione in riva allo Stretto, è diventato, nel tempo, qualcosa di più di uno spettacolo teatrale: è un viaggio nell’intimo del calabrese, del suo essere, di una terra, di un popolo; un viaggio che si alimenta, si evolve, assume ulteriormente un valore importante, tra memoria, testimonianza e riflessione. Il testo di Vincenza Costantino evidenzia sempre più la sua capacità di essere universale, per il suo saper fotografare anche l’oggi, attraverso un rimando tra situazioni contemporanee e storia (in un’indagine “delle cause esistenziali – come afferma, nell’introduzione al testo, Natale Filice – del continuum della calabresità”, secondo un criterio in cui un tempo, appunto, si frappone all’altro, e, dunque, “non vi è passato da cui trarre insegnamento nè futuro su cui investire nel presente”). E, in questo, la nuova versione scenica firmata da Ernesto Orrico e andata in scena nell’ambito della stagione di SpazioTeatro (che proprio dieci anni fa aveva ospitato la prima dello spettacolo) gioca un ruolo importante nel dare ulteriore linfa ad una riflessione che gioca anche con il sorriso e la risata amara, che sottendono una drammaturgia poetica e profonda. Proprio il rimando continuo tra passato e presente (e quello tra dialetto e lingua) che i due attori (lo stesso Orrico e Manolo Muoio) compiono, trasformandosi da briganti che narrano la loro storia o quelle di altri personaggi dell’epoca, in uomini del presente alla ricerca di una identità, diventa il punto attorno al quale si snoda, sul palcoscenico, lo spettacolo: brevi racconti, brevi scene, dialoghi intensi, ricchi ma mai verbosi, danno ritmo e coinvolgimento, così come le straordinarie interpretazioni di Orrico e Muoio, calati dentro i personaggi senza mai soverchiarli, ma incarnandoli con quella completezza e naturalezza che è propria di chi ha costruito negli anni i personaggi stessi. E’ un viaggio, quello di “Jennu brigannu” e degli spettatori, che scorre ma non passa via; che attraversa chi lo ascolta; che, tra un sorriso e una scoperta, induce a guardare dentro e attorno a noi. Induce a chiederci, come fanno i due protagonisti sul finale, dove siano andati tutti, cosa sia rimasto della Calabria, se il suo cuore sia ancora tra le case vuote, se la terra si sia “dimenticata di essere terra”.